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Il Cultural Wellbeing Lab della Compagnia di Sanpaolo: la cultura e le arti come risorse per la cura

Nell’agosto del 2007, con il mio compagno decidiamo di visitare Bethel, una piccola comunità nel centro dell’Alaska, senza montagne o paesaggi spettacolari e molto fango. Ci andiamo con una bambina di 4 anni e una di 8 mesi, attratti dalle particolari maschere utilizzate nei rituali di questa area del mondo. Sono le maschere Yupik, collezionate anche dai surrealisti agli inizi del ‘900. Ci sono ancora artisti attivi e un piccolo museo, imperdibile per chi si interessa alle maschere sciamaniche nord-americane. Arrivati a Bethel tuttavia scopriamo  che 1) gli artisti nella breve estate alaskana fanno altro, per potersi garantire una sopravvivenza nel lungo inverno; 2) il museo è chiuso.

Dall’Europa ci vogliono circa 22 ore di volo per arrivare a Bethel. Non se ne parla di ripartire subito.  Vagando nel fango, arriviamo davanti all’ospedale e decidiamo di entrare, per curiosità antropologica. Ed ecco la grande sorpresa. L’ingresso dell’ospedale sembra la hall di un museo: nella grande sala d’attesa, ovunque teche con esempi bellissimi di arte nativa. Una collezione importante che avvolge chi si avvia alla cura con i simboli della comunità.

Stessa cosa avviene all’Alaska Native Medical Center di Anchorage, dove la collezione si estende a tutti i piani dell’ospedale e c’è anche uno shop di altissima qualità. I volontari che lavorano da anni nell’ospedale sono diventati anche grandi esperti di arte nativa, conoscono e intrattengono relazioni costanti con gli artisti. Così la brochure dell’ospedale:“Patients from the remote villages needing medical treatment in Anchorage instantly have a feeling of belonging, of being at home. The Alaska Native Medical Center is one of the finest examples of combining art and architecture to create a healing atmosphere.

I nostri ospedali sembrano aver perso di vista l’importanza di creare una “healing atmosphere”, come se la disponibilità di farmaci, competenze e dispositivi efficaci rendesse inutile il ricorso a riti e simboli e cioè al vincolo comunitario come contenitore che accoglie e orienta.

Ci sono certamente delle eccezioni, come l’ospedale Santa Maria Nuova di Firenze con la sua collezione e i suoi percorsi museali, così come altri esempi che restano però isolati e non generano nuovi modelli. Da molti anni il Cultural Welfare Center è attivo nella promozione dell’arte e della cultura come risorsa di cura, integrando e promuovendo progettualità diffuse.

Nella maggior parte dei casi però siamo già fortunati se negli ospedali la segnaletica è sufficientemente chiara e non ci si trova a vagare in corridoi stretti e respingenti.

Qualcosa sta cambiando recentemente. Nel novembre 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review, a cura di Daisy Fancourt e Saoirse Finn, un’analisi dell’efficacia delle arti e dei percorsi culturali nel migliorare la salute e il benessere. Il rapporto dell’OMS ha favorito lo sviluppo di nuove progettualità

La voglia di attivare nuovi paradigmi nel post pandemia potrebbe rappresentare un acceleratore importante. Un contributo significativo in questa direzione arriva dalla Fondazione Compagnia di Sanpaolo, con la creazione del Cultural Wellbeing Labche è partito da un ricerca per poi promuovere una serie di attività in Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta, le aree di intervento della fondazione.

La ricerca realizzata ha individuato “da un lato una nebulosa consistente e numerosa di singoli professionisti – che lavorano quasi sempre in team multiprofessionali e intersettoriali -, dall’altra organizzazioni strutturate e di dimensioni anche significative, soprattutto nel comparto sanitario, che realizzano progettualità spesso singole, connesse a finanziamenti di piccola scala e discontinui, per la maggior parte in difficoltà a impattare sul doppio piano della struttura organizzativa e della strategia”.

Il Cultural Wellbeing Lab si propone di offrire il modello progettuale per integrare queste esperienze isolate. Il comitato scientifico è multidisciplinare per favorire un approccio sistemico: Pier Luigi Sacco (economista della cultura), Enzo Grossi (medico e ricercatore), Annalisa Cicerchia (economista della cultura), Luca De Biase (giornalista), Vittorio Gallese (neuroscienziato cognitivo), Donatella Tramontano (biologa).

Ad oggi è stato già delineato un programma triennale con l’investimento di un milione di euro e 4 poli di progettazione:

  • Cultura e prevenzione primaria. (Progetto DEDALO VOLA)

Diverse progettualità  che favoriscono la partecipazione alle offerte culturali del territorio come esperienze di benessere e di prevenzione primaria.

  • Cultura, relazione di cura e medical humanities. (Progetto VERBA CURANT)

Un percorso formativo per centinaia di operatori che valorizza le arti come risorsa per migliorare la relazione di cura

  • Cultura per l’umanizzazione dei luoghi di cura. (Progetto CULTURA DI BASE)

Arti visive, design e architettura, con installazioni temporanee o permanenti, che operano umanizzare i luoghi di cura

  • Benessere e cura nelle istituzioni culturali. (Progetto DANZARTE)

Percorsi (di diversa tipologia e natura) di benessere e cura realizzati in diverse istituzioni culturali.

Le progettualità sono accompagnate da webinar  e laboratori territoriali che hanno l’obiettivo di approfondire i 4 filoni tematici in collaborazione con i professionisti dei poli di progettazione, incontrare istituzioni, enti, associazioni e operatori della cultura e della salute nei territori, creare momenti di networking.

I laboratori e i webinar sono iniziati a giugno e termineranno a  maggio 2022. Il prossimo sarà ad Alessandria il 17  novembre in collaborazione con il Centro Studi Medical Humanities e mi vede coinvolta per il polo  Cultura, relazione di cura e medical humanities. E’ aperto a tutti gli interessati, con la registrazione sul sito dedicato. Un momento prezioso per approfondire alcuni aspetti chiave del ruolo delle arti e delle humanities nella relazione di cura, soprattutto in questa fase di trasformazione digitale.

La ricerca del Cultural Wellbeing Lab propone infatti linee di sviluppo originali, capaci di utilizzare anche le potenzialità del digitale.

Anche l’organizzazione dei servizi e l’assistenza domiciliare avranno una proiezione sul web, ancora da sviluppare nel suo portato cognitivo e culturale, che potrebbe veder cooperare le migliori risorse del mondo culturale e sanitario, dei programmatori, dei video maker e dei game designer nella realizzazione di “piattaforme di senso” prima ancora che informatiche, nell’aprire un ambiente digitale la cui ibridazione profonda con l’ambiente fisico possa spostare in avanti la sfida di un nuovo welfare.”

Realizzare “piattaforme di senso” e non solo tecnologiche e un’healing atmosphere appropriata attraverso la convergenza delle arti e degli strumenti digitali: un bel programma di cambiamento per la salute.