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#Coronavirus: la tentazione di trasformare il caso in causa

Prima del 21 febbraio e dell’emergenza, in Italia la comunicazione online pubblica sul coronavirus presentava numeri nettamente inferiori rispetto ad altri paesi europei.

Ovviamente lo scenario è cambiato radicalmente dopo il 21 febbraio. Il monitoraggio di Eikon Strategic Consulting è diventato un involontario t0 che ci consente di cogliere cosa è cambiato in pochissimi giorni.

Tra il 21 e il 24 febbraio sono stati pubblicati  quasi 800k contenuti, pari al 48% del totale di post prodotti in Europa nello stesso periodo. L’Italia è diventata rapidamente il secondo paese più citatodopo la Cina, nei principali paesi europei. Improvvisamente ci siamo trovati al centro di uno stigma sociale su scala planetaria.

Ed è solo quello che possiamo rilevare. L’Osservatorio di Eikon monitora le web news e i social network collegati a profili pubblici. Non abbiamo quindi il barometro di cosa accada in gruppi e pagine private di Facebook e Instagram e neanche cosa circoli su WhatsApp.

Per ridurre lo stigma sociale veicolato dall’infodemia, l’OMS ha pubblicato una prima semplice guida,

In questo il web può offrire delle risorse inaspettate rispetto ad altri media. Una di queste è “l’epidemia ‘ironica’ ai tempi dei social”, come la definisce efficacemente Aldo Grasso sul Corriere. L’ironia può rilanciare lo stigma ma anche sovvertirlo. Può aiutarci a problematizzare e a ridere delle nostre ansie, può ampliare il nostro sguardo. Ridere o sorridere insieme sui social è un’opportunità per sviluppare solidarietà. Un’altra grande opportunità è offrire vicinanza e sostegno senza dover temere il contagio. Possiamo entrare nella “zona rossa” e festeggiare il compleanno con @gggiulssss e con tanti altri come lei.

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I problemi iniziano quando si comincia a cercare risposte, uno dei pericoli più grandi in questo momento. Il diffondersi del virus e l’infodemia convergono infatti nel catalizzare completamente la conversazione sociale. Ci si sente devianti a voler parlare di altro. Ognuno cerca di diventare soggetto attivo con la sua idea, la sua convinzione, l’amico esperto che “sa la verità”. Ognuno cerca di trasformare il caso di una malattia arrivata inaspettata a turbare l’ordine mondiale, in una causa, che consenta di trovare un senso e un  significato e di individuare responsabilità. E’ un dispositivo raccontato da Evans-Pritchard in una monografia sugli Azande degli anni ’30, diventata un classico dell’antropologia:
“Ogni Azande sa che, nel tempo, le termiti divorano i sostegni [dei granai] e che persino il legno più tenace invecchia dopo anni d’uso […] Ma perché proprio quelle persone erano sedute sotto quel granaio nel particolare momento in cui è crollato?”. A questa domanda gli Azande rispondono con un articolato sistema culturale basato sulla stregoneria.

Ma il “perché è successo proprio a me, proprio a noi?” è una domanda che circola in molte situazioni diverse, e a cui si trovano risposte collettive o individuali. In una epidemia come quella del coronavirus, ci ritroviamo tutti improvvisamente in un’incertezza difficile da sostenere. Lo sintetizza bene Maurizio Ferrera  in un editoriale sul Corriere della Sera: “L’epidemia sta provocando diseguaglianze e sofferenze del tutto casuali fra persone e territori, e dunque percepite come immeritate… Come il contagio sanitario, anche le perdite economiche provocate dall’epidemia sono ‘casuali': il turismo è più colpito delle banche, i trasporti più dell’industria”.

Il pericolo è voler trovare dei perché per queste diseguaglianze e anche, magari, qualcuno da accusare. Prolifera l’immaginazione delle cause, sempre però secondo alcune direttrici simboliche che si ripetono molto simili da un’epidemia all’altra: 1. l’untore è l’altro, qualcuno profondamente diverso da me, qualcuno con comportamenti a rischio che io non ho; 2. il male nasce dal desiderio di potere e di ricchezze, è un’arma per i potenti del mondo, che siano grandi gruppi industriali, paesi o singoli individui; 3. il male è il risultato di un errore della scienza, che manipola forze oscure in laboratori segreti. 4) il male non esiste, esiste solo l’allarme mediatico e politico, ovviamente manipolato.

Non riporterò esempi, per non dare ulteriore slancio a questa viralità causale. Voglio solo segnalare che è parzialmente necessaria per ridurre l’ansia, per mitigare l’incertezza con presunte previsioni, per avere un capro espiatorio, per sentirsi al sicuro perché “diverso” rispetto a chi ne è colpito, per cercare una qualche normalità, o incanalare la rabbia e la frustrazione. Il rischio è che qualcuno possa avere la tentazione di dare visibilità e legittimazione a questo immaginario, di farlo emergere dal semi-sommerso della conversazione privata o micro-sociale. Il rischio è che qualcuno possa pensare di trasformare in political gain questo immaginario e la sua grande potenza emotiva.

Una differenza significativa nell’analisi dei dati prima e dopo il 21 febbraio è la classifica delle figure e delle organizzazioni più citate online. Prima del 21 febbraio, emergeva un insieme abbastanza equilibrato di figure politiche e di figure e organizzazioni scientifiche. Tra il 21 e il 26 febbraio lo scenario cambia completamente, prevale nettamente la politica nazionale e regionale.

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Da un lato questo è ovvio, dall’altro aumenta fortemente il rischio di voler governare l’immaginario, di candidarsi a trasformare il caso in causa. Tutti noi e soprattutto i decisori siamo chiamati ad una responsabilità narrativa, che inizia dal rifiutare la tentazione di alimentare i “perché”, per concentrarsi sul “come”, con regole condivise con la comunità scientifica.

Lo ha sintetizzato bene  Christian Pristipino, cardiologo e tra i fondatori dell’Associazione Italiana di Medicina e Sanità Sistemica: “Le malattie si diffondono anche con le parole: curiamo le parole per curare il nostro immaginario, cureremo già la malattia da COVID-19”.