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Telemedicina e social health: le sfide del nuovo paradigma

Nel 2005, l’intera infrastruttura sanitaria del Mississippi viene spazzata via da Katrina. Cosa fare? Stato e University of Mississippi Medical Center puntano sulla telemedicina per offrire assistenza nelle situazioni più difficili e diventano best practice.

Dagli uragani ai tornadi. Dal Mississippi al Minnesota. Il 21 agosto 1883 Rochester è colpita dal tornado. William Worral Mayo e i suoi figli assistono i feriti con l’aiuto fondamentale delle suore francescane. E’ l’inizio della Mayo Clinic, che oggi include più di 70 ospedali e cliniche, diversi college ed è sempre in cima alle classifiche per gli standard di qualità. Se si entra nel sito del Mayo Clinic Center for Innovation tutto parla del digitale come strumento di cambiamento della pratica clinica e della relazione medico-paziente. App, telemedicina, gamification vivono come  strumenti della social health, della salute come co-produzione. La chiave del successo non è solo e non tanto la start up protagonista della digital health ma il cambio di paradigma: la progettazione condivisa del percorso terapeutico attraverso le tecnologie digitali e la telemedicina. Studi e trial mostrano l’importanza dell’uso dei social media e delle mobile app per la prevenzione e la gestione delle malattie croniche, a patto di costruire percorsi condivisi. Non bastano le tecnologie, serve anche la social health.

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Sanjay Gupta, CNN Chief Medical Correspondent, ricorda che “la human connection”, anche attraverso le tecnologie digitali, può essere molto più importante di una visita.  Veramente siamo convinti che sia necessario l’incontro fisico per una diagnosi migliore? Osservazione, ascolto, storie, anche a distanza, unite agli straordinari strumenti diagnostici di oggi possono offrire percorsi terapeutici più efficaci che una visita dopo due mesi in lista d’attesa o corse ripetute al pronto soccorso.

E in Italia? Problemi permanenti di sostenibilità economica e qualità delle cure, una popolazione sempre più anziana e con sempre più patologie croniche e co-morbilità, spending review periodiche, aree interne e grandissima disomogeneità territoriale nell’accesso ai servizi. Queste sono solo alcune delle caratteristiche del nostro sistema sanitario. Non è un uragano, è un’erosione quotidiana. Le carenze e le difficoltà potrebbero essere uno stimolo all’innovazione. Eppure non troviamo nessuna organizzazione sanitaria, nessuna azienda ospedaliera, nessuna clinica privata, nessuna università che si faccia portatrice di un messaggio diffuso, ossessivo, penetrante di innovazione digitale.

Come ricordava qualche tempo fa Luca De Biase se ne parla, ci sono esperienze significative ma manca un polo di attrazione. Manca una Mayo Clinic che spinga con forza dall’interno dei suoi ospedali, dei suoi medici, dei suoi sguardi, dei suoi spazi la social health come nuovo paradigma. Prevalgono esperienze locali innovative che non diventano però una leva di cambiamento.

Quando ci confrontiamo e ne parliamo nei convegni la risposta è sempre ciecamente la stessa: i medici non hanno tempo, i budget sono scarsi. In realtà manca una cultura del cambiamento e la capacità di riconoscere al paziente una nuova soggettività nel processo di cura. Più che non avere tempo, rischiamo tutti  a breve di essere fuori tempo e di ritrovarci una medicina indebolita e delegittimata. Purtroppo sta già accadendo se pensiamo che ci sono forze politiche che credono di poter raccogliere consenso facile attaccando principi fondamentali della medicina contemporanea o se i magistrati diventano testimonial involontari dei movimenti contro il vaccino.

Per la rilegittimazione sociale del sapere e della pratica medica occorre cambiare paradigma, occorre cambiare “delivery” e “experience”.

Per la medicina del futuro, più che alle start up digitali, ci piace guardare all’Istituto Superiore di Sanità, premiato per aver per primo in Europa emanato le linee di indirizzo per l’applicazione della medicina narrativa nella pratica clinica. Co-costruzione e personalizzazione delle cure possono diventare le parole chiave del cambiamento. Se troviamo tempo per le storie, riduciamo il tempo delle burocrazie e delle inefficienze. Se accettiamo la sfida della co-costruzione e della personalizzazione togliamo voce ai manipolatori di consenso e la regaliamo ai pazienti esperti. Se partiamo dal dare valore alle storie, riusciamo anche a usare meglio le tecnologie.