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Teddy the Guardian al Seedcamp Roma: riflessioni sulla health gamification

 

Al Seedcamp Roma del 5 giugno, Josipa Majic ha presentato Teddy The Guardian, l’orsetto che misura la temperatura, il battito cardiaco, la saturazione d’ossigeno dei bambini con un semplice abbraccio.

Alcuni riflessioni:

1. l’innovazione vera è spesso ovvia, sotto gli occhi di tutti ma invisibile. Possibile che nessuno avesse mai pensato di trasformare un giocattolo in uno strumento di misurazione di parametri medici? Ora che tutti guardiamo quel teddy e pensiamo che potrà trasformare l’intrusione e l’invasività dello strumento medico in un abbraccio morbido, ci sembra ovvio. Eppure, prima di queste 2 agguerrite ragazze croate, nessuno aveva mai pensato di superare il confine tra giocattolo e device medico.

2. Fondamentale il Teddy The Guardian nei primi anni di vita, quando il bambino non capisce la malattia e l’ospedale. Ma giocattoli che misurano possono essere utili e hanno altrettanto efficacia quando il bambino acquista maggiore consapevolezza? Il mercato è gigantesco, ed è prevedibile il moltiplicarsi di start up in questo ambito. E’ importante che si moltiplichi anche la riflessione sull’impatto di questa ibridazione di spazi e confini.  Tenere rigidamente separati lo spazio, gli oggetti, le persone dell’ospedale dal privato e dalla casa può essere una strategia di  “adattamento secondario”  importante nei malati e nei bambini. L’ospedale e chi lo abita diventano ‘contaminanti’ se riportati nell’area domestica o personale. L’etnografia della gestione degli spazi e degli oggetti in ospedale mostra la complessità del negoziato tra lo spazio dell’io persona e quello dell’io malato. Vincenzo Padiglione ha studiato questo negoziato in una bella ricerca sulla gestione degli armadietti in ospedale. Il bambino potrebbe quindi voler tenere separato il termometro dalla macchinetta con cui gioca. Potrebbe non voler ibridare il mondo del gioco con quello della cura, accostarli sì, confonderli no. Una volta usciti dalla situazione di malattia, il giocattolo misuratore rischia anche di diventare una “madeleine di Proust” avvelenata, evocatore involontario di memorie ed emozioni non volute. Al contrario, l’impatto potrebbe essere molto diverso e più positivo quando il device è associato a una malattia cronica, come il misuratore della glicemia nel diabete. In questo caso, il device giocattolo potrebbe, forse, facilitare l’appropriazione e la neutralizzazione dell’intrusione medica quotidiana.

3. Cosa accade poi se le wearable device diventano giochi per misurare, monitorare, “spiare” il proprio bambino? Il quantified self di oggi sta già diventando un quantified child.           Si moltiplicano gli automatismi tecnologici e la gamification per monitorare salute e comportamenti dei bambini. Ottimo, può servire, ad esempio, a ridurre l’obesità, sottraendo il bambino a messaggi latenti e sbagliati del genitore che volendolo salvare dal “grasso” lo spingono verso l’anoressia. Meglio talvolta che lo dica un gioco e non un genitore ansioso. Pensiamo però anche che trasformare il corpo dei figli  in misura orientabile e plasmabile può generare un destino più vischioso e allarmante della minaccia che si voleva evitare e arginare. La misura negli affetti può diventare uno sguardo di vetro che seziona e separa.